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Il recente ingaggio per la campagna di comunicazione web di un candidato sindaco di una grande città di mare, ci ha fatto riflettere su come, nonostante il dilagare di presenza sui social network di candidati a tutti i livelli, ci sia una pratica diffusa a sposare il mezzo, ma a non adeguarne la comunicazione.

L’utilizzo dei social network nella comunicazione politica introduce una sostanziale novità: il passaggio dalla comunicazione one to many alla comunicazione one to one, che però non significa solo per il candidato parlare “personalmente” ad ogni suo potenziale elettore, ma soprattutto per quest’ultimo interloquire attraverso un feedback.

La Rete aveva già iniziato un processo di democratizzazione della comunicazione (politica e non) grazie ai siti web e soprattutto ai blog. Ora i social network completano questo cambiamento, garantendo il diritto di replica. Non solo, vengono meno le distanze geografiche e sociali e si ritorna ad una “vicinanza” più diretta con il candidato e questo soprattutto non vale solo per le elezioni amministrative, ma anche per le politiche fino ad arrivare al “caso Obama”.

La comunicazione politica sul web è nata di fatto con le elezioni americane del 2008. Barack Obama è diventato presidente degli Stati Uniti grazie (anche) a un personal branding costruito attraverso i principali social network.


L’anno prossimo ci saranno le nuove elezioni americane: cos’è cambiato?

Molto e niente.


Molto perché i “dislike” e i commenti negativi – alcuni riferiti proprio alla teatralità del filmato lanciato in rete dallo staff di Obama – sono più di quelli positivi, il che sta a dimostrare quanto non basti più semplicemente “essere online”.

Niente perché lo staff di comunicazione politica di Obama continua a puntare pesantemente sui social media, arma vincente della campagna precedente.
Basti pensare che, solo una settimana fa, il presidente degli Stati Uniti è stato ospitato presso la sede di Facebook per rispondere alle domande dei presenti e del pubblico da casa. Alla fine è stato quasi un monologo che di social ha avuto poco, ma non è questo il punto.

Secondo una ricerca “Edison e Arbitron”, più di metà degli americani di età superiore ai 12 anni è su Facebook. Oro che luccica per chi si vuole candidare a Presidente degli Stati Uniti. In più occorre aggiungere altri milioni di utenti sugli altri social media ed il gioco è fatto.

In Italia le cose non vanno meglio, anzi! Si fatica a trovare casi di comunicazione politica innovativa. Il web, purtroppo, non è visto come un’opportunità per dialogare con il pubblico/target e profili e fan page sono per lo più delle vetrine, in cui si comunica in una sola direzione. Un peccato perché i nostri leader sono cercati in rete, sintomo che la popolazione usa il web per recepire qualsiasi tipo di informazione. Parlando dei principali politici italiani, per esempio, si nota quanto siano richiesti: su Google la parola chiave “Berlusconi” ottiene 1.220.000 ricerche mensili, mentre “Bersani” ne accumula 201.000.

Tanta domanda che non incontra un’offerta, per dirla in chiave economica.

A questo proposito, non si può ignorare che i social media siano un’arma a doppio taglio: un’enorme opportunità di avvicinamento all’elettorato (lo dicono i numeri: in Italia ci sono quasi 20 milioni di utenti su Facebook e gli aventi diritto al voto sono all’incirca 47 milioni), ma pronti ad essere messi pubblicamente in discussione. Tutti i rappresentanti – dai  candidati ad amministratori locali fino ad arrivare oltreoceano – dovrebbero capire che gli account vetrina non servono a nessuno e che il cittadino 2.0 è sempre meno ingenuo e conosce i suoi diritti, tra cui quello di replica e non mancherà di esercitarlo. Questo tuttavia è il bello di un’arena politica democratica e, in quanto professionisti della comunicazione, ci auguriamo che dopo aver scoperto il mezzo i nostri rappresentanti ne scoprano le potenzialità comunicative e il giusto utilizzo!

 

Paolo Rinaldo

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